Le parole e le cose – L’archeologia del sapere

Titoli originali: Les Mots et les Choses – L’Archéologie du savoir

Autore : Michel Foucault (1926-84)
Anno : 1966-69
Voto : 7/10
Genere: Saggi – Epistemologia – Filosofia contemporanea

L’archeologia come studio delle stratificazioni concettuali che nel tempo hanno infine condotto all’attuale struttura della nostra conoscenza. E come analisi delle catene intellettuali che di fatto impediscono alla conoscenza di essere effettivamente libera.

Questo è il concetto alla base de ‘Le parole e le cose‘ e ‘L’archeologia del sapere‘, due opere centrali nel discorso filosofico di Michel Foucault. Per molti versi, anche propedeutiche alle altre nella sua definizione non solo teorica, ma anche pratica, dello strutturalismo.

A un discorso di tipo generale, fissato sulle problematiche dell’evoluzione del pensiero, il filosofo francese ne fa seguire uno di tipo più particolare: la distinzione tra un paradigma classico e uno moderno. Tra uno, cioè, basato sugli elementari principi di identità e non-contraddizione, e uno che invece, questi, li mette in discussione. Foucault non spiega come possa esserci stato – o esserci e basta – un cambiamento di paradigma, ne constata solo l’esistenza e lo descrive in testi ricchi di contenuti e spunti per la riflessione.

Foucault

Ed. BUR 1999

In realtà i due libri partecipano dello spirito imperante nelle accademie in quell’epoca storica, la stessa in cui la filosofia della scienza conosceva il tentativo di rivoluzione copernicana di Thomas Kuhn. È tutto davvero relativo oppure la struttura conoscitiva è in grado di riflettere una qualche forma di realtà?

Foucault lascia sospesa ogni risposta: descrive la struttura del pensiero, ma non rivela se ne sia possibile una alternativa e quindi, alla lunga, non offre una filosofia poi così feconda. Anche se gradevole e d’obbligo, almeno come testamento di un filone intellettuale che ha segnato la contemporaneità.

“Non si può in qualunque epoca parlare di qualunque cosa; non è facile dire qualcosa di nuovo; non basta aprire gli occhi, fare attenzione, o prendere coscienza, perché nuovi oggetti si illuminino e gettino il loro primo chiarore ai nostri piedi”

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La prima marcia su Roma

Autore: Luciano Canfora (n.1942)
Anno: 2007
Voto: 6/10
Genere: Saggio – Storia di Roma – Storia antica

Racconto della presa del potere da parte di Ottaviano Augusto, attraverso la disamina critica delle sue Res Gestae Divi Augusti. L’autoesaltazione del primo imperatore di Roma, che rivendica la legalità della sua ascesa, è messa in discussione anche grazie alla partecipazione di Publio Cornelio Tacito – smascheratore, come pochi, delle finzioni del discorso politico.

Canfora

Ed. Laterza 2007

Il titolo ‘La prima marcia su Roma‘ è più altisonante che altro. Come nota lo stesso Luciano Canfora, a Roma ci sono state già almeno altre due marce precedenti a quella del Divo: quella di Lucio Cornelio Silla, che però era contro un governo considerato illegale; e quella di Caio Giulio Cesare, che però non trovò l’opposizione di senatori e poteri forti, nel frattempo fuggiti in Grecia.

Nonostante l’interesse del tema, non fra i più brillanti saggi dell’autore. Forse costretto qui più che altrove a non esagerare le doti interpretative che l’hanno reso famoso nell’odierna storiografia.

“Conosco ogni più recondito sentimento di questo giovane. Nulla gli è più caro della repubblica, nulla gli incute più rispetto della vostra autorità, o Senatori, nulla gli è più desiderabile dell’approvazione dei buoni cittadini, nulla più dolce della gloria”

Oh Dio mio!

Titolo originale: Oy, Elohim!

Autore: Gov Anat (1953-2012)
Anno: 2008
Voto: 7/10
Genere: Commedia – Teatro contemporaneo – Letteratura israeliana contemporanea

Psicologa madre di un figlio autistico si trova un giorno, a sorpresa, a ricevere come paziente nientemeno che Dio. Questi, infatti, pare star male e avrebbe bisogno del suo aiuto professionale. Inizia così una vera e propria seduta come le altre, con la sola differenza che la donna non avrà bisogno di farsi raccontare proprio tutto dalla controparte: la storia della Bibbia sarà analizzata per comprendere la radice dell’atteggiamento violento e della depressione di Dio. Con una conclusione, per certi versi, incredibile.

Anat

Ed. Giuntina 2016

Opera di una drammaturga israeliana precocemente scomparsa, ‘Oh Dio mio!‘ e una commedia solo in apparenza ridicola. È semmai arguta e profonda, e introduce l’unica modalità in cui Dio può ancora esistere nel nostro mondo: umanizzato, spogliato dell’onnipotenza, se vogliamo anche umile. Si comprende come il messaggio del testo sia indirizzato, sotto sotto, all’uomo stesso, sempre più divinizzato e alle prese con i dilemmi di un potere non accompagnato dall’equilibrio.

Una pièce che è soprattutto un pezzo di bravura.

“Ho creato una farsa e la mia punizione è quella di dover stare a guardarla giorno dopo giorno, ora dopo ora. Senza potermene andare a metà dello spettacolo…”

Balzac e la piccola sarta cinese

Titolo originale: Balzac et la petite tailleuse chinoise

Autore: Dai Sijie (n.1954)
Anno: 2000
Voto: 6,5/10
Genere: Romanzo di formazione – Letteratura cinese/francese contemporanea

Cina, 1971. Sono gli anni della Rivoluzione culturale maoista e due ragazzi, figli di medici e quindi borghesi da rieducare, sono spediti uno sperduto villaggio nella provincia di Sichuan. In questa loro Eboli, l’unico loro sostegno diventa la lettura di libri proibiti – perlopiù romanzi occidentali – su gentile concessione di un loro coetaneo. Come spesso accade a quanti vivono di fantasticherie, si innamorano di una sartina locale, che incoraggeranno alla lettura per cercare di incivilirla. Col secondo fine di renderla meritevole del loro sentimento. Non immaginano che la giovane, una volta che masticherà un po’ di cultura, li mollerà per partire da sola verso una nuova vita.

Sijie

Ed. Adelphi 2001

Balzac e la piccola sarta cinese‘ è il tipico romanzo sull’importanza della cultura come antidoto al male. Un genere che negli anni sforna sfilze di esaltazioni retoriche. In questo caso, invece, si rivela capace di proporre un libro ironico e leggero. Divenuto un esageratissimo caso letterario solo perché l’autore, Dai Sijie, è un cinese residente in Francia.

Lo stesso, peraltro, nelle vesti di regista ne proporrà nel 2002 una trasposizione cinematografica.

“Odio tutti quelli che ci hanno proibito questi libri”

Come si scrive la storia

Titolo originale: Πῶς δεῖ Ἱστορίαν συγγράφειν

Autore: Luciano di Samosata (120-192 d.C.?)
Data: II secolo d.C.
Voto: 6,5/10
Genere: Trattato – Storiografia. Problemi e metodi – Letteratura greca

Distinzione tra fatti e interpretazioni. Discernimento di cosa sia davvero importante da raccontare. Sobrietà nel linguaggio del racconto stesso. Questi e altri valori ci sembrano ormai normali per ogni opera storiografica degna di questo nome, al punto che troveremmo poco credibile quella che non vi si adegua. Eppure oggi non ci rendiamo conto di come, anch’essi, non siano affatto scontati. E anzi siano stati affermati con chiarezza solo nel II secolo d.C., quando cioè la storiografia aveva già partorito secoli di capolavori e autori.

S’introduce così ‘Come si scrive la storia‘ – o ‘Come si deve scrivere‘ -, opera fra le più incisive del sempre irriverente Luciano di Samosata. Nonché, peraltro, unico trattato di teoria storiografica definibile con questo nome e proveniente dalla cultura antica.

Luciano

Ed. Osanna 2000

Lo scrittore e filosofo greco compone questo trattato in polemica alla moda prevalente in molti tempi, anche antecedenti: la frammistione tra storiografia e poesia. Il riferimento, oggi difficile da cogliere, va a una serie di libri apparsi tra il 160 e il 162 d.C. e tesi a raccontare le guerre di Roma contro i Parti. Opere ritenute da Luciano faziose, scritte per esaltare l’esercito agli ordini di Lucio Vero in funzione politica. Da lì, la provocazione: il trattato segue la famosa ‘Storia vera‘, romanzo fantastico che parodia la seriosità delle opere coeve. Se, infatti, la storia dev’essere per forza invenzione, perché non farla completa e almeno trarne una favola divertente?

A dispetto dell’umorismo sempre tagliente, in realtà Luciano si rivela un po’ moralista e sopravvaluta, come molti moralisti, il concetto di obiettività. Consegna tuttavia agli odierni la testimonianza di un dissenso intellettuale che, su quest’argomento, farebbe bene a non essere mai domo.

“Allora era proprio vero, quel detto secondo cui la guerra genera tutte le cose, visto che in un colpo solo ha anche dato vita a un così grande numero di storici!”

Un uomo

Autore: Oriana Fallaci (1929-2006)
Anno: 1979
Voto: 7,5/10
Genere: Biografia romanzata – Storia contemporanea

Storia di Alexandros ‘Alekos’ Panagulis (1939-76), poeta e rivoluzionario greco, protagonista della lotta contro il cosiddetto regime dei colonnelli (1967-74) e figura fra le più carismatiche della storia della moderna Grecia.

Un uomo‘ potrebbe limitarsi a essere questo, ma non lo fa per due motivi. Primo, perché l’autrice è Oriana Fallaci ossia una donna che non si limita mai a fare quello che ci si aspetta che faccia, anche quando può risultare antipatica. Secondo, perché Fallaci è anche innamorata del soggetto in questione. Già, ci è cascata. L’occasione fu l’intervista rilasciata da Panagulis e registrata in ‘Intervista con la storia(1974), successiva alla fine di anni di carcere per il fallito attentato al dittatore Geōrgios Papadopoulos (1968). Fu lì che ebbe luogo la celebre definizione di cosa sia un uomo, e che dà ragione del titolo del libro:

“Alekos, cosa significa essere un uomo?” “Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. Significa amare senza permettere a un amore di diventare un’ancora. Significa lottare. E vincere. Guarda, più o meno quel che dice Kipling in quella poesia intitolata Se”

Fallaci

Ed. BUR 2014

In parte biografia, in parte romanzo e in parte vera e propria lettera aperta, ‘Un uomo‘ è prima di tutto un monumento eretto da Fallaci stessa al suo amore. La giornalista e scrittrice sorprende persino i suoi lettori più affezionati – nonché abituati alla sua franchezza – con il racconto degli aspetti più controversi di questo rapporto, per certi versi assurdo, se non addirittura tossico. Non risparmia critiche a Panagulis, ma ammira in lui l’uomo che nel tempo ha saputo rimanere idealista sì, ma senza cedere al fanatismo. Anzi, costruendosi una visione del mondo complessa e tormentata. Una visione ch’ella, in tutta evidenza, reputava simile alla propria.

Si può essere liberi di non farsi coinvolgere emotivamente dallo spettacolo di una donna che rinuncia al suo proverbiale orgoglio per mettersi a nudo, nei propri sentimenti più viscerali e puerili. A tratti, in modo pure stucchevole. Ma è una libertà di cui, in questo come in pochi casi, si potrebbe fare a meno.

“In un deserto in cui ogni pianta è un miraggio, ogni filo di vento un’illusione, il deserto delle utopie, noi c’eravamo incontrati scordando di chiederci chi fossimo e dove volessimo andare”

Viaggio a Roma senza vedere il Papa

Autore: Giovanni Faldella (1846-1928)
Anno: 1880
Voto: 6/10
Genere: Diario di viaggio – Umorismo – Letteratura italiana dell’800

La Roma del post-Unità raccontata da uno degli scrittori più divertenti e caustici della letteratura di allora.

Giovanni Faldella si finge sindaco di un paesino nel vercellese, costretto a un viaggio nella nuova capitale d’Italia con la scusa di dover sbrogliare una faccenduola politica. In realtà ne approfitta per prendere un po’ di respiro dalla moglie (ah, il sano sessismo di una volta!) e godersi le bellezze di una città ancora non detestata dai padani. Visita i monumenti e la basilica di San Pietro, ma ammira soprattutto le strade, la vita cittadina e… le donne, ovviamente. Tanto divertimento e infine l’impressione che il neonato Paese non possa reggersi se non mediante gli stessi compromessi che resistono ancora ai nostri giorni.

Faldella

Ed. Dante & Descartes 2002

Nato da una serie di racconti già pubblicati sullo storico giornale Il Fanfulla, ‘Viaggio a Roma senza vedere il Papa’ è più di quel che è, ma anche meno di quel che vorrebbe essere. Fra i padri nobili di una corrente assai gettonata nella nostra tradizione narrativa ossia quella degli scritti cosiddetti di costume, quella che cioè finge intelligenza dietro la naïveté e alla quale afferiscono i Guareschi, i Campanile, i Chiara, il vercellese Faldella vede ma non analizza, intrattiene ma non emoziona. Aggiungiamo: indica oggetti di riflessione ma non invita alla riflessione stessa.

Riscoperta letteraria da compiere per alcuni momenti di piacere, che al day after non ti chiamano più.

“Come potrebbe riuscire brutta l’umanità a Roma, con i capolavori d’arte, che possiede in copia e tesoro stragrande!”